Il rapporto tra femminismo e istruzione superiore femminile è uno dei capitoli più significativi della storia contemporanea. L’accesso delle donne all’università e alle professioni intellettuali non è stato un processo lineare né privo di resistenze: è il risultato di decenni di lotte, rivendicazioni e trasformazioni culturali profonde. Il movimento femminista ha plasmato l’istruzione superiore femminile non solo aprendo le porte degli atenei alle donne, ma ridisegnando i contenuti, le metodologie e persino le strutture di potere all’interno delle istituzioni accademiche.
Le origini: quando le donne erano escluse dall’università
Per secoli, l’istruzione superiore è stata un privilegio quasi esclusivamente maschile. Le università medievali e rinascimentali erano istituzioni chiuse alle donne, e questa esclusione era giustificata con argomenti di natura religiosa, biologica e sociale. Si riteneva che le donne non possedessero la capacità intellettuale per affrontare studi complessi, che la loro vera vocazione fosse la famiglia e la maternità, e che la presenza femminile negli spazi accademici potesse essere destabilizzante.
I primi accessi alle università europee
In Italia, le università cominciarono ad aprire le porte alle donne nella seconda metà dell’Ottocento. Dal 1876, le studentesse poterono iscriversi agli atenei italiani: tra il 1877 e il 1900 si laurearono 257 donne, principalmente in Lettere e Filosofia. Erano eccezioni straordinarie, spesso figlie di famiglie benestanti e illuminate, che dovevano fare i conti con il pregiudizio di professori e colleghi maschi. La Legge Casati del 1859, pur non aprendo ancora le porte dell’università, aveva già compiuto un passo importante riconoscendo alle donne la professione di maestra elementare, seppur con retribuzioni inferiori rispetto agli uomini.
L’ostacolo della Riforma Gentile
Un passo indietro significativo giunse durante il fascismo: la Riforma Gentile del 1923 istituì un liceo femminile separato, a numero chiuso, che non dava accesso né all’università né al mondo del lavoro. Questo provvedimento incarnava una visione della donna come figura domestica, radicalmente incompatibile con l’ideale emancipatorio che stava emergendo in altri paesi europei e negli Stati Uniti. Solo dopo la Seconda guerra mondiale, con la caduta del regime e l’istituzione della Repubblica, le barriere formali cominciarono a essere smantellate.
La prima ondata femminista e la battaglia per l’istruzione
La prima ondata del femminismo, sviluppatasi tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, aveva come obiettivo principale l’uguaglianza giuridica e civile tra uomini e donne. In questo contesto, l’accesso all’istruzione superiore rappresentava una rivendicazione fondamentale, perché senza istruzione non era possibile accedere alle professioni, alle cariche pubbliche o all’autonomia economica.
Anna Maria Mozzoni e il pensiero emancipazionista italiano
In Italia, la figura più rappresentativa di questo periodo è Anna Maria Mozzoni (1837-1920), fondatrice della Lega per gli interessi femminili nel 1881 e autrice nel 1864 de La donna e i suoi rapporti sociali. In questo testo fondamentale, Mozzoni affermava con chiarezza: “L’istruzione ed il lavoro ecco le sole forze che possono e debbono risollevare la donna ed emanciparla”. Questa visione anticipava di decenni il dibattito che avrebbe caratterizzato la seconda ondata femminista, sottolineando come istruzione e autonomia economica fossero condizioni imprescindibili per la vera emancipazione femminile.
Le prime laureate italiane
Tra le prime donne a laurearsi in Italia figurano nomi oggi dimenticati ma pionieristici. Alcune di loro incontravano resistenza anche solo per occupare un posto in aula, venivano escluse da esami orali pubblici o costrette a sostenere le prove in separato. Nonostante tutto, la loro perseveranza aprì la strada a generazioni successive e dimostrò concretamente che il sesso non determinava la capacità intellettuale.
La seconda ondata femminista e la trasformazione dell’università
È con la seconda ondata femminista, sviluppatasi a partire dagli anni Sessanta e pienamente esplosa negli anni Settanta, che l’impatto del femminismo sull’istruzione superiore divenne strutturale e non solo quantitativo. Non si trattava più soltanto di permettere alle donne di studiare: si trattava di cambiare i contenuti dello studio, i rapporti di potere nelle istituzioni e la stessa produzione del sapere.
Dal diritto di studiare al diritto di cambiare l’università
In Italia, il ’68 e il movimento femminista degli anni Settanta portarono in piazza migliaia di donne che rivendicavano non solo l’accesso agli studi, ma anche il diritto all’aborto, al divorzio, alla parità sul lavoro e all’autonomia corporea. Carla Lonzi, fondatrice del movimento Rivolta femminile e autrice di Sputiamo su Hegel (1970), propose una critica radicale della cultura patriarcale, incluse le sue istituzioni educative. Per Lonzi, l’università non era uno spazio neutro: era un’istituzione costruita da e per gli uomini, e come tale andava radicalmente ripensata.
La nascita degli Women’s Studies
Negli Stati Uniti, a partire dalla fine degli anni Sessanta, nacquero i primi corsi di Women’s Studies, discipline accademiche dedicate allo studio delle donne, del genere e delle relazioni di potere. Questi corsi, inizialmente marginali e spesso contestati dalla comunità accademica tradizionale, si diffusero rapidamente nelle università americane ed europee. In Italia, i Gender Studies si affermarono più lentamente, ma a partire dagli anni Ottanta e Novanta conquistarono spazi sempre più significativi. Oggi, gli studi di genere sono presenti nella maggior parte degli atenei italiani, anche se spesso ancora con risorse limitate rispetto ad altre discipline.
I cambiamenti strutturali nelle università italiane
Oltre ai contenuti disciplinari, il femminismo ha inciso profondamente sulle strutture di potere all’interno delle istituzioni accademiche. La composizione del corpo docente, la leadership universitaria e le politiche di pari opportunità sono tutte aree in cui il movimento femminista ha lasciato un segno duraturo.
Donne nell’accademia: dai margini al centro
Negli ultimi decenni, il numero di studentesse universitarie ha superato quello degli studenti maschi in quasi tutti i paesi occidentali, Italia inclusa. Nella fascia di popolazione tra i 25 e i 44 anni, le donne con titolo superiore sono oggi più degli uomini. Tuttavia, questo dato positivo non si riflette ancora in modo proporzionale nei ruoli apicali dell’accademia: le professoresse ordinarie rimangono una minoranza rispetto ai colleghi maschi, e le donne sono ancora sottorappresentate nelle discipline STEM (Scienze, Tecnologia, Ingegneria e Matematica).
Le politiche di pari opportunità negli atenei
Grazie anche alla pressione del movimento femminista, negli ultimi decenni gli atenei italiani hanno adottato politiche sempre più articolate per promuovere la parità di genere. I Comitati Unici di Garanzia (CUG), istituiti per legge nel 2011, operano in tutti gli atenei con l’obiettivo di prevenire discriminazioni e favorire il benessere dei lavoratori. Diverse università hanno inoltre adottato piani di azioni positive per aumentare la presenza femminile nei ruoli di responsabilità e nelle commissioni di valutazione.
Il femminismo contemporaneo e le nuove sfide dell’istruzione superiore
Le conquiste ottenute dal femminismo nel campo dell’istruzione superiore sono indiscutibili, ma le sfide del presente sono ancora numerose. La terza e la quarta ondata femminista hanno portato nuove prospettive e nuove rivendicazioni che riguardano direttamente l’ambiente universitario.
Molestie, violenza di genere e sicurezza in università
Il movimento MeToo, esploso nel 2017, ha messo in luce l’ampia diffusione delle molestie sessuali anche negli ambienti accademici. Professori, ricercatori e figure di potere accademico sono stati accusati di comportamenti che in molti casi erano stati tenuti nascosti per decenni. Le università italiane e internazionali hanno risposto con l’adozione di codici di condotta più severi, procedure di segnalazione anonima e sportelli di ascolto dedicati. Tuttavia, gli esperti concordano che la cultura accademica deve ancora cambiare in profondità per garantire ambienti veramente sicuri per tutte.
Il gender gap nelle STEM e le iniziative di contrasto
Una delle sfide più persistenti riguarda la sottorappresentazione delle donne nelle discipline scientifiche e tecnologiche. Le cause di questo fenomeno sono complesse e radicate in stereotipi culturali che si manifestano fin dall’infanzia: le bambine vengono ancora scoraggiate, anche inconsapevolmente, dall’interesse per la matematica, la fisica e l’informatica. Programmi come Girls Code It Better, iniziative ministeriali e progetti universitari specifici cercano di contrastare questo stereotipo, avvicinando le studentesse alle STEM fin dai livelli scolastici più bassi.
Domande frequenti
Quando le donne hanno ottenuto il diritto di iscriversi all’università in Italia?
In Italia, le donne hanno ottenuto formalmente il diritto di iscriversi all’università nel 1876. Tra il 1877 e il 1900 si laurearono 257 donne, principalmente in Lettere e Filosofia. Prima di allora, l’accesso all’istruzione superiore era di fatto riservato agli uomini, sebbene alcune eccezioni individuali siano documentate in epoche precedenti.
Cos’è la seconda ondata femminista e come ha influenzato l’università?
La seconda ondata femminista si sviluppò a partire dagli anni Sessanta e raggiunse il suo apice negli anni Settanta. Andò oltre la rivendicazione del diritto di voto (già ottenuto in Italia nel 1945) per affrontare temi come parità lavorativa, diritti riproduttivi e violenza di genere. In ambito universitario, promosse la nascita degli Women’s Studies e una critica radicale dei contenuti e delle strutture di potere accademiche tradizionali.
Qual è la situazione attuale delle donne nell’università italiana?
Oggi le studentesse universitarie italiane superano numericamente gli studenti maschi. Tuttavia, le donne rimangono sottorappresentate nei ruoli accademici apicali (professori ordinari, rettori) e nelle discipline STEM. Il percorso verso la piena parità di genere nell’accademia italiana è ancora in corso.
Chi è stata Anna Maria Mozzoni e perché è importante per la storia del femminismo italiano?
Anna Maria Mozzoni (1837-1920) è considerata una delle figure fondamentali del femminismo italiano di prima ondata. Fondatrice della Lega per gli interessi femminili (1881), scrisse nel 1864 La donna e i suoi rapporti sociali, testo in cui rivendicava l’accesso all’istruzione e al lavoro come condizioni essenziali per l’emancipazione femminile. Il suo pensiero anticipò molte delle rivendicazioni che sarebbero diventate centrali nel femminismo del Novecento.
Cosa sono i Gender Studies e quando sono nati in Italia?
I Gender Studies (Studi di Genere) sono discipline accademiche che analizzano il genere come categoria sociale e culturale, esaminando le relazioni di potere tra i sessi, la costruzione dell’identità di genere e le discriminazioni legate al genere stesso. Nati negli Stati Uniti alla fine degli anni Sessanta come Women’s Studies, sono arrivati in Italia a partire dagli anni Ottanta e oggi sono presenti in molti atenei italiani, spesso integrati in dipartimenti di Sociologia, Filosofia o Scienze Politiche.
Perché le donne sono ancora sottorappresentate nelle materie STEM?
La sottorappresentazione femminile nelle STEM è il risultato di stereotipi di genere radicati che si trasmettono sin dall’infanzia, attraverso i giochi, i libri scolastici, l’orientamento degli insegnanti e le aspettative familiari. Studi dimostrano che le bambine hanno le stesse capacità matematiche e scientifiche dei bambini, ma vengono spesso scoraggiate dall’interesse verso queste discipline da meccanismi culturali impliciti. Iniziative di sensibilizzazione, mentoring e politiche scolastiche inclusive cercano di colmare questo divario.







